Centro di documentazione sull'emigrazione parmense

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Il racconto del capitano Antonio Boccia

        Il capitano Boccia, riferendo la situazione di due “ville” dell’alta Val d’Enza, Pieve di San Vincenzo e Succiso, allora nella giurisdizione parmense, ha scritto: «i prodotti delle granaglie di queste due ville sono assai scarsi, quello dei bestiami supplisce in qualche parte, ma il maggiore [prodotto] si è quello della loro opera come comune a tutti gli alpigiani dello Stato di Parma e Piacenza. Essi scendono nelle maremme di Toscana, nella Romagna, passano in Corsica, e in Sardegna per segar legnami da lavoro dopo di essere stati nell’Oltrepò cremonese, nel Bresciano, nel Bergamasco, ed in altri paesi di terra ferma veneta per sfrondare i gelsi e mietere i grani. La loro industria è tale che sono stato assicurato da molte persone pratiche di questi paesi, che tra la Valle dei Cavaglieri, le Corti di Monchio, e la Giurisdizione di Corniglio questi emigranti hanno introdotto nello Stato in quest’anno più di cinquanta mille Filippi, e che per l’ordinario ascende il loro guadagno a quaranta mila Filippi per lo meno»; aggiunge, poi, che «gli emigranti alle maremme delle Corti di Monchio sono stati nello scorso inverno 461»; la popolazione dei tredici villaggi, secondo i dati forniti dallo stesso autore, superava di poco i 2.000 abitanti; poiché l’emigrazione era, allora, prevalentemente maschile, si può calcolare che emigrasse stagionalmente gran parte degli uomini validi .
         Tuttavia esisteva anche una quota, non si sa quanto consistente, di emigrazione femminile; lo stesso capitano Boccia, infatti, discorrendo di Sivizzo, nel Cornigliese, riferisce due episodi di sapore boccaccesco, legati all’emigrazione, uno dei quali dimostra che emigravano anche le donne; racconta, infatti, di una donna «che era solita andare in Toscana a lavorare in casa di un particolare». «Questi - aggiungeva - avendo avuto seco confidenza, tratto tratto veniva a ritrovarla in Suizzo» e mal gliene incolse, perché il marito, avvedutosene, «con un colpo privò il meschino dell’istromento fabbro de’ suoi torti».
         Il Boccia cita Sivizzo anche in altro passo: dopo aver scritto che «Gli uomini [della Val Parma] sono di bell’aspetto, e di alta statura» aggiungeva che «Fra tutti però si distinguono quelli di Suizzo, e sono generalmente di statura straordinaria. I giovani robusti emigrano tutti gli anni per molti mesi ad oggetto di procacciarsi il vitto [..]».
         Nel delineare il carattere degli abitanti di Santa Maria del Taro, riferiva: «Pure son laboriosi, mentre non vi è palmo di terreno suscettibile di coltura che non sia messo a profitto [...]. Cionullostante il terreno non produce per far sussistere più di due mesi gli abitanti, che sono tutti poliglotti, poiché trascorrono l’Europa tutta e qualcuno è stato perfino nella Turchia e nella Persia colle fiere ed altri con inchiostro, petroleo, merci minute e cose simili».
         A proposito di Alpe e di Strepeto, allora in comune di Compiano ha annotato: «Queste due ultime ville situate in un terreno ingratissimo sono assai povere, ed in particolare Strepeto, che nel verno è abbandonato da quasi tutti gli abitanti, comprese le donne e le fanciulle, molte delle quali vanno accattando per la città di Parma».
         Della Val Lecca ha scritto: «produce ella pure uomini straordinari in fortezza e in coraggio. La maggior parte di essi uniti alle loro donne emigrano per due stagioni e forse più, e quelle tutte a riserva di qualche decrepita passano il Po, e si spandono in quelle contrade per esercitare la filatura. [...]. Da questa Valle partono pure molte compagnie di segatori, che alla pari di quelli che conducono fiere si diffondono nel paese estero anche molte centinaja di miglia lontano. Nella Valle non vi rimangono che i vecchi ed i fanciulli, e gl’infermicci, ed impotenti. Questi per sostenersi nella lunga stagione, nella quale la terra lassù nulla produce, sono costretti a comprare a credito il frumentone a prezzi eccessivi dagli snaturati monopolisti, che si approfittano delle circostanze di questi miseri, e si fanno ricchi a costo de’ sudori, e degli stenti di que’ poveri emigranti, i quali al loro ritorno possono appena liquidar le partite con i risparmj, che hanno potuto fare».
         Sul versante piacentino, ha scritto, ad esempio, concludendo la descrizione delle ville della «valle della Nura»: «Gli uomini poi emigrano al pari e di più di quel che non fanno quelli delle altre vallate, non bastando a molti di essi il prodotto delle poche ed infelici loro terre per pagare i canoni ed altri aggravi; anzi alcuni di essi si sono trapiantati altrove ed hanno abbandonato le loro case».

         ANTONIO BOCCIA, Viaggio ai Monti di Parma (1804), Artegrafica Silva, Parma 1970.
         ANTONIO BOCCIA, Viaggio ai Monti di Piacenza (1805), Tipografia editoriale piacentina Gallarati, 1977 (ristampa anastatica a cura delle Arti grafiche TEP, 2005)