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Il quartiere di San Bassano a Cremona

           Alcune carte, come quella di Antonio Campo del 1583, ci sono di grande aiuto per cogliere alcuni elementi strutturali del rione, che costituiva la punta nord-occidentale della città murata, lambita dal corso del Po, tanto da inglobarne parte della golena e dominata, nell’estrema punta, dalla fortezza di Santa Croce.
           Questo castello, costruito nel XIV secolo, fu via via trasformato e rafforzato; dopo aver sostenuto, nel 1648, un duro assedio, durato quasi tre mesi, venne gradualmente perdendo di importanza, tanto che, nel 1781, ne fu ordinata la demolizione, eseguita nel 1827.
           Tra il castello e l’incasato, al cui inizio si trovavano le chiese di Sant’Apollinare e San Bassano, si stendeva un vasto spiazzo ghiaioso.
           Il rione era caratterizzato dalla presenza di diversi monasteri, la cui ampia mole dominava il tessuto urbano, per il resto minuto e costituito di piccole e povere case formate da piano terreno e primo piano.
           La chiesa di Sant’Ilario apparteneva, allora, al convento degli Eremitani Scalzi dell’Ordine di Sant’Agostino (Agostiniani); al suo fianco, verso sud, al di là della strada (l’attuale via dei Mille), sorgevano i due monasteri di San Benedetto, divenuto, nel corso del Settecento, caserma austriaca per la fanteria, e del Corpo di Cristo (Corpus Domini); nell’isolato successivo, a fianco di via Dulcia, che porta ancora il nome originario, si trovava l’Hospitale pauperum mendicantium residentium in domo Hospitalis illorum de Dulcis, o di Sant’Alessio, costituito attorno al 1570, destinato ad accogliere, per due secoli, circa 30 mendicanti; dopo il 1777, questa Opera pia venne fatta confluire nell’Ospedale maggiore, mentre l’edificio di Sant’Alessio e la sua chiesa divennero case private.
           Ma di conventi (e di caserme), ve n’erano altri ancora; vi era anche, proprio tra Sant’Ilario e San Silvestro, la via delle Baldrache (oggi via Baldocca).
           Il carattere del quartiere è delineato da due scritti che aprono il volume curato da Fiorenzo Cauzzi e dedicato a Storia e Storie del rione San Bassano; è probabile che questi caratteri affondino le loro radici in un tempo lontano, quando esso era meta degli emigranti delle nostre valli.
           Franco Verdi, nella Prefazione, ha scritto: «Raramente mi inoltravo da solo in una zona, proibita come la Casba, com’era il cuore di via Bissolati, su cui incombeva l’ombra inquietante delle caserme e dei suoi difficili e sfortunati abitanti [...]. C’era, insomma, qualcosa di nascosto che mi spingeva a sfuggire da quelle angustie, dal parlare vociante e sboccato, da certa gente che mi pareva involgarita e grossolana, abituali frequentatori delle numerose osterie, fumose e sordide [...] Luogo di atavica secolare, rassegnata emarginazione sociale, conseguente alla tipologia urbanistica del rione periferico cresciuto tra le caserme e l’argine, San Bassano, nelle pagine di Cauzzi, si ricostruisce nella densa, umorale, schiettezza della sua gente che esprime, nella scaltrezza, nella furfanteria minuta, nella solidarietà, la propria misura umana; cifra emblematica del travaglio umano, evidenza simbolica della lotta col destino, inconscia protesta contro le ingiustizie della Storia».
           Fiorenzo Cauzzi, da parte sua, annota nell’Introduzione: «Ma non per questo gli abitanti stessi erano meno fieri della loro appartenenza ad un rione che [...] era stato messo da parte come un oggetto in disuso, un peso morto che il resto della città doveva sobbarcarsi. Già nei secoli scorsi le autorità avevano cercato di raccogliere e convogliare nel suddetto rione gli elementi peggiori della mala cittadina, peggiorando uno stato di cose abbastanza grave per se stesso, per la sua miseria, per le sue debolezze e per tanti altri fattori. Sembra che anche l’autorità religiosa non fosse d’accordo sul modo di vivere e di comportarsi della gente del rione».
          Sfogliando il volume, spuntano, qua e là, nomi che rinviano al processo migratorio dei nostri valligiani; qualche esempio: a. p. 62, si ricorda come, nel 1930, una tromba d’aria abbattesse una ciminiera, provocando la morte di un’operaia della filanda, Luigina Gianluppi, ricordata da tutti come la Bigina; a p. 66, è citata la signora Clelia Gentilini, titolare di una lavanderia, sita nell’attuale via dei Mille, la strada che fiancheggia Sant’ Ilario; nella stessa pagina, è ricordata la famiglia Capellini, una numerosa famiglia emigrata in Brasile (San Paulo) dopo l’unità d’Italia e successivamente rimpatriata; a p. 73, il negozio di frutta e verdura, sito in piazza Antonella, della signora Maria Bodini vedova Botti, la Cantèna; a p. 78, la lavanderia dei fratelli Angelo e Gianni Rolleri, sita in via Dulcia fin dall’inizio del ’900; nella stessa via abitò Ugo Arcari, Ughetto; ecc. .
 

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