Centro di documentazione sull'emigrazione parmense

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Il «boom» dell’emigrazione in Francia negli anni Venti

        Da un libro recentemente pubblicato, sul quale ritorneremo, [ILARIA BERTUCCI, FABIANA VIANI, L’emigrazione dall’ex Comune di Boccolo dei Tassi terra piacentina e parmense – Gli scaldini a Parigi, Bardi, Centro studi della Valle del Ceno, 2008], riprendiamo alcuni passi dell’ampia documentazione, che vi è riportata, riguardante l’intensa emigrazione verso la Francia verificatasi nei primi anni Venti, alla quale partecipò largamente la popolazione della nostra provincia .

        Un primo aspetto di tale documentazione è costituita da una vasta rassegna degli articoli pubblicati da La Giovane Montagna, il periodico fondato e diretto dall’on. Giuseppe Micheli, autentico «patriarca» del nostro Appennino; eccone alcuni stralci:
Il 24 settembre 1924, fu pubblicato un articolo scritto da mons. Torricelli, che, in Francia, lavorava per l’Opera Bonomelli, un’organizzazione promossa dal vescovo di Cremona, mons. Geremia Bonomelli, per assistere gli emigrati; nell’articolo, intitolato: Gli agricoltori italiani in Francia. Un allarme per chi vuole emigrare, si legge: «Riteniamo sia veramente carità di patria l’infrenare un movimento emigratorio pazzesco che assume forma di follia. Ci risulta infatti che i nostri emigrati sono spesso sfruttati da loschi tipi francesi e italiani in modo incredibile. Per quanto i missionari dell’Opera Bonomelli si prodighino, si avvera sempre il fatto che tra l'apostolo e l’imbroglione, la persona ignorante scelga sempre l’imbroglione. E pur troppo fra gli italiani che emigrano moltissimi sono gli ignoranti... [...] Se fosse possibile ottenere[...] di mettere una remora a questa pazzia collettiva che ha preso i lavoratori italiani, si dovrebbe suggerire a coloro che devono proprio o che vogliono ad ogni costo emigrare, che, salvo il caso di vere e proprie occasioni, si adattino a fare un anno di salariato. [...] Recenti episodi di delittuoso sfruttamento di compratori italiani, e di affìttuali e mezzadri, ci inducono a riassumere il nostro pensiero in poche parole. Queste: Chi appena può, resti a casa sua! »
Il 17 gennaio 1925, mons. Torricelli firmò un nuovo articolo dal titolo I pericoli dell'emigrazione agricola italiana in Francia, nel quale, tra l’altro, affermava: «Vogliamo che i nostri contadini e specialmente i nostri emigranti conoscano perfettamente i pericoli dell’emigrazione agricola nostra in Francia. [...]
Si è detto e scritto che noi siamo aprioristicamente contrari all'emigrazione agricola in Francia. Tale affermazione è ridicola ed assurda insieme, nei confronti della verità. Ridicola perché sappiamo che l'emigrazione c’è e la non si può impedire, perché il di più della popolazione italiana bisogna che trovi uno sbocco all’estero; ridicola perché è preferibile un emigrazione continentale anche a carattere permanente ad un emigrazione transoceanica; assurda perché in perfetta dissonanza con la nostra attività che non è mai stata quella di impedire che operai agricoli venissero a rovinarsi, come parecchi hanno già fatto, o venissero a crearsi una posizione insostenibile con disdoro evidente del nostro Paese. [...] il primo anno di vita all’estero è particolarmente doloroso, specialmente per coloro che hanno una famiglia numerosa : le spese sono forti, mentre i salari, in proporzione, sono esigui».

Di fronte all’imponente flusso migratorio, il Governo francese ritenne di introdurre misure di contenimento; in un altro articolo, del gennaio 1926, si legge infatti: « l'accertamento della popolazione compiuto il primo gennaio 1925 dal governo francese ha censito ben 2.845.214 stranieri residenti nel territorio della Repubblica. Il primo posto spetta agli italiani che a quella data erano ben 807.659 (residenti, oltre, ben inteso, i lavoratori presenti temporaneamente in Francia e pur essi numerosissimi). [...] Naturalmente queste cifre sono ora notevolmente aumentate e gli stranieri residenti in Francia sono complessivamente oltre tre milioni su un totale di circa 41 milioni di abitanti. Gli italiani poi saranno oltre un milione alla fine del corrente anno poiché nel solo semestre gennaio-giugno 1925 emigrarono in Francia 118.000 nostri connazionali (oltre i ...clandestini). Questo aumento incessante della immigrazione straniera nel territorio della vicina repubblica ha provocato da tempo una certa quale levata di scudi di quanti temono per la purezza detta nazionalità francese. [...] Ora sopraggiungono i provvedimenti governativi intesi a rallentare il flusso immigratorio o meglio a selezionarlo ed a rendere meno facile la residenza di stranieri in suolo francese [...]:
1. Chiunque entra in Francia per esercitarvi un qualsiasi mestiere deve essere munito di un contratto di lavoro vistato dalle autorità competenti.
2. Il lavoratore straniero giunto con apposito salvacondotto alla destinazione stabilita dal contratto di lavoro nel termine massimo di otto giorni dopo il suo arrivo dovrà fare domanda della carta d'identità presso il sindaco locale ed il commissario di pubblica sicurezza [...].
3. Dovendo rinnovare la carta d'identità il lavoratore straniero dovrà accompagnare la domanda non solo con la precedente carta d'identità, ma anche colla dichiarazione del datore di lavoro da cui risulti la qualifica professionale e da quanto tempo è impiegato. Altri documenti inoltre diretti a stabilire da quanto tempo il lavoratore risiede in Francia e se ha presso di se la famiglia».


        Nella documentazione pubblicata sono, inoltre, riportate numerose circolari inviate ai podestà.
        Il Governo italiano, da parte sua, cercava, infatti, di limitare l’esodo, ad esempio, come si legge in una circolare del 2 gennaio 1929, favorendo «il rimpatrio temporaneo delle gestanti [...] per permettere loro di partorire in Italia» oppure, come stabiliva un’altra circolare, inviata ai podestà pochi giorni dopo (19 gennaio 1929), imponendo, di fronte al fatto che «non pochi connazionali residenti in Francia e bisognosi di documenti di stato civile alfine di naturalizzarsi francesi, di tali documenti facciano richiesta alle SS. LL. sotto il pretesto di averne bisogno per il rilascio di un Atto di chiamata a favore di propri congiunti [...], che «tutti gli atti di chiamata della vicina Repubblica verranno, dalla R. Ambasciata e dai RR. Consolati, trasmessi non più agli interessati, ma solo al Ministero stesso che farà gli accertamenti sul vincolo famigliare a mezzo delle RR. Prefetture e provvederà, se del caso, a rilasciare il N. O. [nulla osta] per i cittadini chiamati», con l’evidente intento di «filtrare» e limitare le richieste.
In un’altra circolare ancora, inviata in quegli stessi mesi (1° aprile 1929) con oggetto «Pellegrinaggi a Lourdes ed in Terra Santa», si può leggere: «Anche quest’anno avranno luogo pellegrinaggi a Lourdes ed in Terra Santa. In tali occasioni devesi evitare, con ogni mezzo, l'infiltrarsi, tra le comitive, di elementi sospetti per i quali il pellegrinaggio rappresenta il mezzo che offre maggiori probabilità per poter riparare clandestinamente all’estero, o, comunque, per emigrare in contravvenzione alle norme che disciplinano l'emigrazione. Richiamo per ciò, su tali eventualità, l'attenzione dei Sigg. Podestà perché, nel rilascio dei “nulla-osta” per i passaporti procedano con oculatezza ai debiti accertamenti, prendendo accordi con le locali Autorità Ecclesiastiche perché si abbia da parte loro la cooperazione, nel senso che, nella iscrizione dei partecipanti ai pellegrinaggi non vengano inclusi elementi sospettabili di poter trarre profitto dall’occasione per una più agevole emigrazione all’Estero».