Centro di documentazione sull'emigrazione parmense

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I racconti dell’emigrazione

        Anche in passato, l’emigrazione dalle nostre valli ha dato spunto per scritti e racconti; tuttavia, negli ultimi decenni, quando il processo migratorio si era in un certo senso concluso, la pubblicazione dei ricordi si è fatta più frequente.
        Come tutte i racconti, anche questi non hanno l’oggettività del documento, ma, in compenso, restituiscono dettagli ed emozioni che i documenti non possono offrire; eccone alcuni

Un bedoniese in Crimea
di Ferruccio Ferrari (1980)
Cent'anni fa un bardigiano campione inglese di boxe di Alberto Marcedone (1981)
Aloisio Notari, celebre domatore di elefanti di Ferruccio Ferrari (1982)
In val di Taro con l'orsante di Lucio Lami (1983)
I saltimbanchi di (don) Enrico Dall'Olio (1985)
Gli ammaestratori di scimmie di raz. (Fausto Razzetti) (1987)
Dagli Appennini a Londra: storia di un maestro di cani di raz. (Fausto Razzetti) (1987)
Girovago parmigiano nelle strade di Londra di raz. (Fausto Razzetti) (1987)
Un organetto parmigiano per le strade di Londra di raz. (Fausto Razzetti) (1987)
Morello, un giovane povero nella Londra dell'Ottocento di raz.(Fausto Razzetti) (1987)
Li chiamavano scaldini di Lorenzo Dallachiesa (1987)
C'è fortuna in Svezia per i Franchi di Tarsogno? di Angelo Tajani (1988)
Perché fu ucciso Franchi? di Giorgio Camisa (1988)
Basta un orso amico per conquistare la Svezia di Angelo Tajani (1989)
Economia per la sussistenza o meglio «la mendicità organizzata» di Ferruccio Ferrari (1990)
I maestri gelatai di Ferruccio Ferrari (s.d., ma 1990?)
I sorbetti di Parma rinfrescano il mondo di (don) Enrico Dall'Olio (1990)
Il ritorno alle radici di John Leide generale del Pentagono di g. fe. (1995)
Da Bedonia ai vertici dell'esercito americano (1995)
La tradizione degli orsanti di Donatella Canali (1996)
Gli orsanti di Renato Cattaneo (1997)
Storie di orsanti e si scimmiari di (don) Enrico Dall'Olio (2001)
Quando emigravano i parmigiani di Donatella Canali (2002)
Fotografati dal “padrone” di Donatella Canali (2002)
Scaldarono generazioni di parigini di Donatella Canali (2002)
Trova l'orsante e mettilo da parte di Quinto Cappelli (2002)
Il nonno batteva quei bestioni facendogli il solletico di Quinto Cappelli (2002)
Quelli che sussurravano agli orsi di Michele Smargiassi (2002)
Quando New York ballava con «Valtaro Musette» (2002)
È di Bedonia l’angelo custode di Franks (2003)
Nel deserto col cuore in Valtaro di Leonardo Sozzi (2003)

Antonio Rabajotti, una vita ricca d’avventure

Cent’anni fa un bardigiano campione inglese di boxe

di Alberto Marcedone
da “Gazzetta di Parma”, 26 ottobre 1981

         Un enorme manifesto, che riproduciamo, col disegno e i colori del bel tempo antico, tappezzava i muri di Londra esattamente cento anni fa, con un nome bardigiano: Antonio Rabbajotti con due “ b”. Nel disegno mascolino di Edgar Stevens è il solo errore, perché in realtà quell’Antonio a pugni tesi, nella posa della “nobile arte inglese”, in perfetta tenuta di gara per l’epoca, nel cognome di “b” ne ha una sola: Rabajotti, il nome di una famiglia bardigiana. Ebbene, a Londra, cento anni fa, Antonio Rabajotti era un personaggio famoso, il cui nome era non solo sui manifesti, ma anche nelle prime pagine dei giornali e giocava tra un gruppo e l’altro di scommettitori sui campioni di pugilato. Per saperne di più su questo singolare personaggio, siamo andati a Bardi, dove vivono i due ultimi nipoti del campione inglese, Gino, nipote di una sorella di Antonio, e Bruno Rabajotti, che del Nostro è unico nipote diretto. Bruno Rabajotti, professore di organo e di violino uscito dall’istituto “Arrigo Boito” di Parma e in seguito affermatosi come disegnatore umorista, risponde volentieri ad alcune nostre domande. Guardando il manifesto, sorride un po’ commosso e un po’ compiaciuto.

         “Sì dice — è il mio povero nonno, che purtroppo non ho conosciuto personalmente. Ma il suo nome, in casa nostra, è sempre stato circondato da un alone di mito e di leggenda. Mio padre mi parlava spesso di lui, mi mostrava i cimeli delle sue avventure, di una intera vita dedicata alle cose più stravaganti ed eccentriche”.
 
         — Suo nonno è bardigiano?
         “Della miglior razza. Esattamente è nato a Grezzo, vicino a Bardi il 6 maggio 1852. Ma da paese se ne è andato ben presto, viaggiando per tutto il mondo e cimentandosi nelle imprese più inverosimili. Tornò a Bardi, negli ultimi anni, portando molti cimeli delle sue imprese e dei suoi viaggi, ma poi non seppe resistere, tornò in viaggio e si spense in Inghilterra, a Poutypridd, il 27agosto 1923. Ma la sua leggenda non morì con lui, i giornali parlarono a lungo delle sue avventure. Era un personaggio da romanzo, protagonista di imprese clamorose quanto contrastanti. Vinse, come vede nel manifesto, il campionato inglese di pugilato per dilettanti, nel 1881, ma organizzò spedizioni, creò dei veri e propri miti, nell’epoca del Klondike e del El Dorado, delle miniere di Re Salomone e degli altri tesori leggendari. Una sua impresa fece epoca, sia perché accese le fantasie di mezzo mondo e lo tenne col fiato sospeso, sia perché fu realmente drammatica”.
 
         — Di cosa si trattò, esattamente?
         “Accadde in Australia, dote si era recato dopo il Regno Unito, l’Oriente, l’America, sempre alla ricerca di avventure, alla testa di spedizioni e di imprese che portavano verso la speranza di trovare mitici tesori, miniere, città sepolte, antiche civiltà. Partì, con cinque uomini e sette cavalli, da Perth a Kimberly, attraverso il grande deserto australiano, alla ricerca di un mitico tesoro. La stampa seguì il dramma, perché di questo in realtà, si trattò, con apprensione. E finì che solo mio nonno e un suo compagno scamparono alla morte per fame e per sete, dopo aver mangiato i cavalli e dopo che gli altri compagni erano morti per gli stenti e la fatica”.
 
         — L’impresa non portò a nulla?
         “Non al sogno di mio nonno e dei suoi compagni. Tornando a Bardi, mio nonno portò con sé l’unico frutto di quella tragica spedizione, quattro lingotti di quarzo. E disse a mio padre che per lui rappresentavano la sintesi della sua stessa vita: il simbolo della sconfitta, ma anche dell’avventura”.